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E’ notizia di oggi: la Omsa, storico marchio di calze da donna, di proprietà della Golden Lady Company, aprirà un nuovo stabilimento in Serbia (il terzo), spostando la produzione di Faenza e mettendo in cassa integrazione le 350 operaie che vi lavoravano. Pochi giorni fa, Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, aveva annunciato l’intenzione di produrre la nuova monovolume L0 in un nuovo stabilimento in Serbia.
"Ci fosse stata serietà da parte del sindacato, il riconoscimento dell'importanza del progetto, del lavoro che stiamo facendo e degli obiettivi da raggiungere con la certezza che abbiamo in Serbia la L0 l'avremmo prodotta a Mirafiori”, ha dichiarato in un’intervista a “La Repubblica” Marchionne. Tutti in Serbia, quindi, la “nuova Cina” dei nostri industriali.
Ma quali sono i motivi di tale scelta? Semplicemente i soliti: finanziamenti statali, defiscalizzazione degli investimenti, salari non superiori a 400 euro e sindacalizzazione pressoché inesistente. Così funziona la globalizzazione.
Mentre in Cina gli operai stanno scoprendo i loro diritti di lavoratori ed un’ondata di scioperi spontanei nei mesi scorsi ha paralizzato la produzione della Honda e di alcuni fornitori di componentistica per il gigante nipponico, portando alla concessione di aumenti di stipendio del 33% alla Honda di Foschan e del 45% alla Atsumitec di Guangzhou, paesi come la Serbia e la Romania sono ancora in una fase pre-sindacale, dove l’azienda può gestire il lavoro ed i turni liberamente e non esistono diritti tutelati dei lavoratori, neppure quello alla salubrità del posto di lavoro.
Le autorità di questi paesi vedono con favore gli investimenti dall’estero e chiudono un occhio, e sovente tutti e due, sull’applicazione delle regole ed il rispetto degli operai, pronti però ad intervenire anche duramente, se uno od alcuni di loro cercano di far valere le loro ragioni, come ha documentato tempo fa la trasmissione "Report". A ciò, come detto, si aggiunge il sostegno economico e fiscale alle imprese straniere: la Fiat, prima ancora della dichiarazione polemica di Marchionne, aveva deciso di investire in Serbia, rinunciando anche agli incentivi statali italiani, perché il governo di Belgrado ha messo nel piatto 200 milioni di euro di investimento, un contributo di 10.000 euro per ogni lavoratore assunto (che verrà pagato circa 400 euro al mese), la defiscalizzazione della produzione per i prossimi 10 anni e si è sobbarcato il rifacimento della vecchia sede della Zastava, fabbrica serba a suo tempo bombardata proprio dagli italiani.
In Polonia, la Fiat, come ha denunciato la lettera degli operai di Tychy a quelli di Pomigliano, aveva promesso che avrebbe mantenuto i posti di lavoro ed anzi aumentato gli investimenti, se gli operai avessero lavorato in modo durissimo (tre turni giornalieri, sabato compreso e ferie ridotte per uno stipendio di 380 euro iniziali, poi portati nel 2007 dopo alcune proteste a 580 lordi); gli operai hanno acconsentito e Tychy è diventato il “gioiellino” di casa Fiat, lo stabilimento più produttivo della casa automobilistica. Nonostante ciò, la Fiat ha ventilato ultimamente l’ipotesi di spostare la produzione, riportandola in Italia, se i sindacati italiani accetteranno la nuova contrattazione proposta, con una drastica riduzione dei diritti ed un aumento dei turni e dei giorni di lavoro, mettendo così in concorrenza i lavoratori polacchi e quelli italiani, in una gara al ribasso.
Ora, probabilmente, ambedue saranno battuti dai lavoratori serbi, pronti a produrre le nuove linee a 400 euro al mese e senza fiatare sui turni ed i riposi.
Non durerà, e l’esempio cinese lo sta dimostrando. Nel frattempo però per gli operai italiani si prospettano tempi nerissimi e, a vedere la debole reazione dei nostri politici, Sacconi in testa, non pare che un grande aiuto per contrastare questo abbandono degli investimenti in Italia dei nostri industriali potrà provenire da chi dovrebbe governare l’economia ed il lavoro del nostro Paese. |