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In questi giorni si è consumata la rottura definitiva tra Berlusconi e Fini, un evento che potrebbe rappresentare una svolta storica per la politica del nostro paese. La rottura si è concretizzata quando l’ufficio di presidenza del Pdl ha approvato un documento in cui Berlusconi metteva alla porta il cofondatore, considerandolo incompatibile con il suo ruolo, e con il quale sono stati deferiti tre fedelissimi dell'ex leader di An: Granata, Bocchino e Briguglio.
Il presidente del Consiglio ha usato parole durissime: “le posizioni dell’onorevole Fini sono assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l’attività politica del partito. I nostri elettori non tollerano più che nei confronti del governo ci sia un atteggiamento di opposizione permanente”. Ed ha poi aggiunto: “non sono più disposto ad accettare il dissenso. Facciano pure i gruppi autonomi tanto sono fuori”.
La replica di Fini, che ha definito Berlusconi un illiberale, non si è fatta attendere: “in due ore, senza la possibilità di esprimere le mie ragioni, sono stato di fatto espulso dal partito che ho contribuito a fondare. E ciò perché - ha proseguito - ritenuto colpevole di stillicidio, di distinguo o contrarietà nei confronti del governo, critica demolitoria alle decisioni del partito, attacco sistematico al ruolo e alla figura del premier. Inoltre - ha ancora detto Fini - avrei 'costantemente formulato orientamenti' e persino, pensate che misfatto, 'proposte di legge che confliggono col programma elettorale'”.
“La concezione non propriamente liberale della democrazia che l'onorevole Berlusconi dimostra di avere -continua Fini- emerge anche dall'invito a dimettermi, perché 'allo stato e' venuta meno la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezionì. Ovviamente non darò le dimissioni, perché è a tutti noto che il presidente deve garantire il rispetto del regolamento e l'imparziale conduzione dell'attività della Camera, non deve certo garantire la maggioranza che lo ha eletto. Sostenerlo dimostra una logica aziendale, modello amministratore delegato-consiglio d'amministrazione, che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni". E non ha nascosto “lo stupore per l’ignoranza della Costituzione” presente nelle parole di Berlusconi, perché “il premier non dispone della presidenza della Camera”. Ma soprattutto ha sorriso compiaciuto quando ha visto l’elenco dei deputati che avevano accettato di stare con lui: “Vedranno che non siamo quattro gatti!”. Effettivamente nel divorzio tra i due, la dote che Fini potrebbe portarsi via con se è superiore alle aspettative.
Ma quali sono gli scenari possibili dolo la frattura? Il primo quesito da analizzare è la possibilità che il governo cada. Se per Berlusconi il governo non corre rischi (ed è possibile immaginare che abbia fatto i conti col pallottoliere prima di fare la sua mossa) e anche vero che i numeri potrebbero tradirlo. Attualmente la maggioranza di governo nei due rami del Parlamento è di 342 deputati e 174 senatori, a fronte di una maggioranza necessaria, rispettivamente, di 316 a Montecitorio e 162 a Palazzo Madama. A Montecitorio basterebbero quindi 27 voti in meno per portare il Governo a 315, sotto la soglia minima di sopravvivenza. E stando ai numeri di queste ore potrebbero essere addirittura 34 i deputati finiani a lasciare il Pdl. A Palazzo Madama, invece, per perdere la maggioranza degli aventi diritto, dovrebbero essere 16 i senatori ad andare via.
Ed anche ammesso che il governo resti in vita, si tratterebbe più che altro di uno stato di “coma farmacologico”, un accanimento terapeutico nei confronti di un soggetto istituzionale non più in grado di approvare leggi e fare riforme.
Ma potrebbe essere anche lo stesso Berlusconi ad avere in mente le elezioni anticipate: andando subito alle elezioni, con i finiani ancora in stato confusionale (che però potrebbero togliere voti anche al Pd) e magari aprendo all’Udc, il Cavaliere potrebbe vincere e liberarsi di Fini. E con l’attuale legge elettorale si ritroverebbe una buona maggioranza in parlamento pur con una vittoria alle urne non plateale.
D’altra parte, in caso di caduta del governo, non è detto che Napolitano sciolga le camere. Lo stesso ha dichiarato come ritenga prioritaria la necessità di salvaguardare la continuità della vita istituzionale, nell'interesse generale del paese. |