Tra gli infortuni che colpiscono chi cammina in montagna, quello più diffuso non è una frattura o una distorsione, ma l’insorgere delle vesciche. La causa è quasi sempre la stessa: uno sfregamento prolungato tra pelle e calzatura, amplificato dal calore e dall’umidità che si accumulano all’interno della scarpa.
In questa dinamica la calza da trekking ha un ruolo fondamentale in termini di prevenzione che viene spesso trascurato. È l’unico strato a contatto diretto con la pelle per l’intera durata dell’escursione, e da come è fatta dipende in buona parte la gestione del sudore, l’attrito sui punti critici e la stabilità del piede nello scarpone. Per stabilire tutti i criteri da valutare in fase di scelta ci siamo rivolti a Federico Sordini, titolare di Elbec, azienda con sede nelle Dolomiti, specializzata nella realizzazione di prodotti di abbigliamento tecnico, etico e naturale.
Il materiale conta più del modello: perché la lana merino ha sostituito il cotone
Il primo criterio riguarda la fibra. Per anni la calza da montagna è stata di cotone, materiale economico e morbido ma inadatto allo sforzo prolungato, perché assorbe il sudore e lo trattiene a contatto con la pelle. Una calza di cotone bagnata perde la capacità isolante, favorisce il raffreddamento del piede nelle soste e crea le condizioni ideali per la formazione delle vesciche, dato che la pelle umida è più fragile e cede prima all’attrito.
La lana merino ha ribaltato questo scenario. La fibra è in grado di assorbire umidità fino al 40% del proprio peso e di rilasciarla verso l’esterno, mantenendo la pelle asciutta anche sotto sforzo. A questo si aggiunge una capacità di termoregolazione che agisce nei due sensi: trattiene il calore quando la temperatura scende e favorisce la dispersione quando sale, caratteristica preziosa d’estate. La lana merino contiene inoltre lanolina, una sostanza cerosa con proprietà emollienti prodotta naturalmente dalla pecora, e possiede un’azione antibatterica che limita la proliferazione dei microrganismi responsabili dei cattivi odori, un vantaggio concreto sui percorsi di più giorni dove non sempre è possibile cambiare spesso il ricambio.
Un elemento che Sordini segnala come dirimente in fase di acquisto è la certificazione no mulesing, che garantisce che la lana provenga da animali non sottoposti a mutilazioni, generalmente allevati sopra i 1.500 metri in zone non infestate dalla mosca responsabile delle infezioni.
Cento per cento merino o filato misto: due strade a seconda dell’uso
Un altro aspetto da valutare in fase di scelta è legato alla composizione delle calze da trekking. I modelli realizzati al 100% in lana merino risultano indicati per chi privilegia la naturalità del prodotto e lo utilizza in escursioni classiche, di una giornata o poco più. In questo caso vale la pena verificare la presenza della certificazione GOTS, il Global Organic Textile Standard, che attesta l’assenza di sostanze chimiche lungo l’intero processo produttivo, dalla tintura al trattamento che rende il capo lavabile in lavatrice.
Le calze da trekking realizzate con filato misto, in cui alla lana merino si affianca una fibra sintetica come il polipropilene, rispondono alle esigenze di chi mette la calza sotto stress continuo e ha bisogno che si asciughi in fretta anche quando le condizioni non permettono di farla riposare. La componente sintetica accelera infatti l’asciugatura e aumenta la resistenza meccanica, due qualità che diventano rilevanti su percorsi di più giorni, in autonomia, o in attività a intensità elevata.
Altezza, spessore e rinforzi: i dettagli costruttivi che fanno la differenza
Il terzo criterio riguarda la costruzione della calza, che va calibrata sulla calzatura. Per il trekking estivo la soluzione più coerente è una calza bassa o media, fino al polpaccio, in abbinamento a scarpe basse o scarponcini che non superano la caviglia. Sullo spessore serve un equilibrio: una calza troppo sottile non protegge e perde aderenza, mentre uno spessore calibrato compensa le oscillazioni di volume che il piede subisce durante la giornata, gonfiandosi con il caldo e lo sforzo, e mantiene stabile il rapporto tra piede e scarpa.
Sono però i rinforzi a caratterizzare un prodotto tecnico. I punti dove si concentrano usura e sollecitazione sono punta e tallone, che nelle calze di qualità vengono rinforzati con filati tecnici resistenti. Nella pianta anteriore e nelle zone di maggiore attrito intervengono invece le spugnature interne, cuscinetti che ammortizzano il passo e riducono il rischio di vesciche. Su questo dettaglio Sordini richiama l’attenzione su un aspetto fondamentale: il materiale con cui sono realizzate le spugnature. Nella maggior parte delle calze in commercio i cuscinetti interni sono in poliammide, fibra sintetica che trattiene il sudore proprio nei punti a contatto con la pelle. Nei calzettoni trekking di Elbec le spugnature e i rinforzi interni sono invece in lana merino, così da mantenere asciutta anche l’area di contatto, mentre una fascia anti-torsione sul collo del piede sostiene l’arco plantare durante il cammino. Sono elementi che incidono sul comfort reale molto più del colore o del marchio.
Le cuciture, il particolare che si sente solo dopo venti chilometri
Un ultimo criterio di cui tenere conto riguarda le cuciture. La cucitura sulla punta è uno dei punti in cui più frequentemente si forma una vescica, perché crea un piccolo rilievo che entra in contatto diretto con le dita a ogni passo. Su un’uscita breve il problema può non manifestarsi, ma su un trekking di più ore o di più giorni quel rilievo diventa un punto di sfregamento costante.
Le calze costruite con attenzione risolvono la questione con una cucitura ribattuta verso l’interno della spugnatura, in modo che non venga percepita dal piede. Vale la pena controllare questo dettaglio rovesciando la calza prima dell’acquisto, soprattutto se si ha in programma un cammino impegnativo. La regola generale che emerge è che la calza da trekking migliore è quella calibrata sull’uso previsto: naturale e traspirante per l’escursione di giornata, mista e resistente per i percorsi lunghi, sempre rinforzata nei punti giusti e priva di cuciture che si facciano sentire. Un piede asciutto, sostenuto e libero da attriti è ciò che distingue una camminata piacevole da una che si ricorda per le ragioni sbagliate.
