I Mondiali di calcio 2026 entreranno negli annali come un’edizione fuori scala rispetto a tutte le precedenti. Per la prima volta la fase finale si gioca in tre Paesi contemporaneamente, Stati Uniti, Canada e Messico, con 48 squadre partecipanti e 104 partite complessive: un formato che ha moltiplicato città, stadi e fusi orari coinvolti, trasformando il torneo in un evento itinerante di dimensioni continentali. Il calcio d’inizio è arrivato all’Estadio Azteca di Città del Messico, ribattezzato per l’occasione Banorte Stadium, davanti a un pubblico globale che nella sola finale del 2022 aveva sfiorato il miliardo e mezzo di spettatori. Un dato che dà la misura di quanto la Coppa del Mondo resti, ancora oggi, l’evento sportivo più seguito del pianeta.
L’allargamento a 48 nazionali
Con l’allargamento a 48 nazionali sono arrivate anche storie inedite. Alcune federazioni si sono qualificate per la prima volta assoluta alla fase finale, altre sono tornate protagoniste dopo decenni di assenza, riportando sotto i riflettori Paesi che il grande calcio sembrava aver dimenticato. È il fascino imprevedibile di un torneo così esteso: accanto alle big storiche trovano spazio outsider capaci di regalare imprese e clamorose eliminazioni, in un tabellone che si restringe partita dopo partita verso l’atto conclusivo.
Man mano che ci si avvicina alle fasi calde della competizione, l’attenzione si sposta inevitabilmente sui grandi protagonisti individuali: i bomber in lotta per il titolo di capocannoniere, i portieri chiamati a ipnotizzare gli avversari dal dischetto, i giovani rivelazione capaci di consacrarsi in poche settimane davanti a un pubblico planetario. È anche il momento in cui proliferano le analisi sulle possibili sorprese e sugli scenari di un tabellone che, come spesso accade ai Mondiali, riserva più di un ribaltone rispetto ai pronostici della vigilia; oltre che il momento in cui si assisterà a proliferazione di scommesse e pronostici con le quote mondiali che sempre più vengono diffusa dai portali locali.
Note di colore del mondiale 2026
Accanto al gioco, come sempre, non mancano le note di colore che restano impresse più di un risultato. Cori improvvisati diventati virali sugli spalti, gesti di sportività tra avversari, la tradizione ormai consolidata delle squadre che intonano canzoni simbolo insieme ai propri tifosi dopo una vittoria pesante: piccoli rituali che si ripetono edizione dopo edizione e che finiscono per raccontare l’anima popolare del torneo tanto quanto i gol e le classifiche.
Questa edizione, tuttavia, si distingue anche per un elemento meno consueto: il peso ingombrante della politica. Il presidente statunitense Donald Trump si è più volte attribuito il merito di aver portato il Mondiale in America, presentandolo come uno dei più grandi eventi mai organizzati nel Paese, mentre il presidente della FIFA Gianni Infantino ha costruito con la Casa Bianca un rapporto pubblico strettissimo, culminato nell’assegnazione a Trump di un premio creato ad hoc dalla Federazione dopo la mancata consegna del Nobel per la pace. Un’alleanza che ha acceso il dibattito internazionale: controlli alle frontiere, restrizioni sui visti che hanno coinvolto arbitri e delegazioni straniere, e un clima di forte polarizzazione hanno accompagnato l’organizzazione del torneo fin dalle prime giornate, tanto da spingere anche il Parlamento europeo a discutere delle presunte pressioni esercitate sulla Federazione calcistica mondiale.
Nonostante le polemiche extra campo, il torneo scorre verso il suo epilogo con lo sguardo ormai rivolto alle fasi finali. Quarti, semifinali e la finale di metà luglio promettono di chiudere in bellezza un’edizione che ha ridefinito, nel bene e nel male, l’idea stessa di Coppa del Mondo: più grande, più globale, ma anche più esposta che mai agli equilibri geopolitici del mondo che la circonda.
